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Joseph Isaac Spadafora Whitaker (1850 - 1936) è stato uno studioso britannico.

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LA GENEALOGIA DEI WHITAKER DI VILLA MALFITANO

(Relazione e disegno di Renata Zanca Pucci in atti del seminario di studio "I Whitaker di villa Malfitano", tenutosi in Palermo il 16 - 18 marzo 1995 su "I Whitaker di villa Malfitano" a cura di Rosario Lentini e Pietro Silvestri, pubblicati dalla Fondazione "Giuseppe Whitaker" con il patrocinio dell'Assessorato dei beni culturali, ambientali e della pubblica istruzione della Regione siciliana nel dicembre 1995). Appendice: albero genealogico

Questo intervento è l'illustrazione verbale dell'albero genealogico degli Ingham-Whitaker. Per la stampa è stato mantenuto il carattere colloquiale e discorsivo. In occasione del convegno su Benjamin Ingham, a Marsala, il Professor Brancato mi diede l'incarico di tradurre alcune delle lettere commerciali del grande manager. Fu quel lavoro che accese la mia curiosità per conoscere meglio e più profondamente la provenienza e le radici di un uomo così eccezionale. Nell'accettare l'incarico della traduzione, credevo d'immergermi in un'orgia di partite doppie e, invece, mi sono trovata dinanzi, sempre più nitido, in un'atmosfera tersa, il ritratto di un uomo pieno di riflessione e dinamisrno, d'intuito e di costanza. Porgeva ai miei occhi, il grande mercante, una ricetta assai inconsueta: un misto di furbizia - ma mai furbizia levantina fine a se stessa - e di estrema correttezza nella gestione degli affari. Dosaggio ancor più raro oggi che la furbizia è diventata una delle più celebrate virtù morali.

Per il suo attaccamento al lavoro e la tenacia nel reinvestire i profitti, per l'organizzazione perfetta fino ai dettagli, Benjamin Ingham si può considerare un esemplare rappresentante del nuovo capitalismo protestante di cui parla Weber. Nella prima metà del XIX secolo, egli costituì in Sicilia una rete di imprese che divennero la struttura di un vero e proprio impero economico, che trova riscontro nella seconda metà del secolo, in quello costruito dai Florio.

Questo impero, ma soprattutto il modo di gestirlo, venne lasciato in eredità ai suoi nipoti Whitaker.

Benjamin Ingham non ebbe figli da sua moglie, la duchessa di Santa Rosalia, principessa di Venetico, di Maletto, marchesa di Sammartino, baronessa di Mazara. La ditta intanto s'ingrandiva a tal punto d'aver continuo bisogno di collaboratori. Occorreva gente interessata all'impresa, abile nel prendere decisioni, pronta ad agire. Per questo non servivano semplici stipendiati, ma membri stessi della famiglia; così cinque nipoti Ingham e Whitaker arriveranno dall'Inghilterra. Il primo nipote, Joseph, morì appena arrivato, ancora giovanissimo. Benjamin Ingham telegrafò allora alla sorella: "Tuo figlio è morto; mandamene un altro". L'episodio è confermato da più fonti. Benjamin Ingham non era però, soltanto un uomo riluttante ad ogni forma di sentimento e di partecipazione. La duchessa, per esempio, aveva trovato, con la sua vivacità meridionale, il modo di smussare le angolosità del carattere del marito.

Un pomeriggio, avendo deciso di trasferirsi a Racalia, Ingham aspettò che fosse pronta, passeggiando per due ore nel grande cortile del baglio di Marsala. Quando la duchessa fu pronta, era davvero troppo tardi per partire. Quella sera i banditi avevano preparato un agguato per il rapimento del mercante, che fu, così, salvo per i capricci della duchessa.

Noi punteremo i nostri riflettori su Joseph Whitaker, figlio della sorella Mary Ingham sposata a Joseph Whitaker.

Illustrerò i miei personaggi con dei piccoli spots per non farvi addormentare. Torniamo a Joseph Whitaker, nipote prediletto di Benjamin Ingham, o, più che prediletto, è la sola persona che riesce ad avere una certa influenza sullo zio. Si narra che questi ne fosse addirittura così timoroso da sposare la duchessa in sua assenza, per metterlo poi dinanzi al fatto compiuto. Joseph era partito per Napoli per sposare Sophia Sanderson, figlia del console inglese a Messina, che si trovava a Napoli.

A causa del colera erano state interrotte le comunicazioni e Joseph decise di prendere una nave per raggiungere la sposa, ma poco dopo l'imbarco una tempesta lo costrinse a ritornare in città e sorprese lo zio in pieno ricevimento di nozze. Lo zio, dunque, lo temeva molto, ma lo stimava anche.

Le fotografie ce lo mostrano come un uomo piuttosto lugubre, e i resoconti ce lo descrivono come molto pignolo, e perfezionista nella continua ricerca di avocare a sé tutti i dettagli dell'azienda, in modo da diventare indispensabile.

Alla morte di Benjamin Ingham egli sarà, insieme a Ben, uno dei due grandi usufruttuari mentre la proprietà passerà a suo figlio William. La presenza di William a Palermo portò molte innovazioni nel gusto e nelle abitudini della società. Innanzitutto un nuovo e inaudito rispetto per gli orari per quello che riguarda la parte ludica della giornata.

I palermitani erano e sono abituati ad arrivare tardi al teatro, ai pranzi, a messa, alle conferenze, al concerto, ai cocktails. Si racconta che Franca Florio, invitata ad un cocktail a villa Malfitano, arrivasse quasi due ore dopo, col suo stuolo di amici, di protetti, di pittori, insomma la sua piccola corte. «Signora, - avrebbe detto la padrona di casa, Tina Whitaker - se io fossi venuta a casa vostra, sarei già tornata a casa mia».

Le due first ladies erano i simboli, i logos viventi, di due culture, di due modi di gestire la ricchezza e il potere.

Tina era meticolosa, bigotta, e pur essendo una gran snob, desiderosa d'ingraziarsi l'alta nobiltà locale - incarnava il vangelo della grande borghesia mercantile. Aveva un ménage matrimoniale molto rigido e puritano, che restò solido per tutto l'arco della vita. E anche pieno di affetto, a giudicare dai nomignoli con cui Tina chiamava il marito Pip, Pennine, Appennine.

Vestiva elegantemente secondo il rigurgito di una moda già passata; vestiva da Worth, il sarto della regina d'Inghilterra, e, se consideriamo i messaggi lanciati dall'abbigliamento di Elisabetta oggi, possiamo avere un'idea di come vestiva Tina.

Franca Florio era la vessillifera del nuovo stile liberty, protettrice di pittori dei nuovo trend, Boldini osò ritrarre le sue gambe accavallate e segnate da una cocottesca giarrettiera. Vestiva in modo sontuoso, con fili di perle, o sautoir, fino alle ginocchia. Essa fu anche antesignana del moderno lifting, facendosi "porcellanizzare" la faccia, a Parigi naturalmente. Parigi era la capitale prescelta, per l'eleganza ed il look della coppia Ignazio e Franca.

I Whitaker - torniamo a loro - introdussero anche l'uso dei garden parties: una grande tenda veniva issata sul retro di questa villa, con grandi tables-à-thé fornite di ogni ben di Dio. Ma non pensate alla nuova formula del pic-nic, come la vedremmo oggi. Le signore passeggiavano adorne di boa di struzzo, con grandi cappelli sovraccarichi di fiori, velette e piume di uccelli del paradiso, gli ufficiali in divisa attillata, con alti stivali neri quasi fino al ginocchio.

"Vada a vestirsi da ufficiale!" disse il Colonnello a mio suocero, uffi- cialetto di cavalleria.

Continuiamo con le nuove mode che i regnanti Whitaker stabilirono a Palermo: incrementarono la passione per il tennis, inteso come un serio sport. Effie Whitaker aveva tre campi da tennis, l'Inferno, il Purgatorio, Paradiso. Si cominciava dall'Inferno, naturalmente, da dove si veniva imessi ai due successivi o esclusi a suo giudizio insindacabile. L'atmosfera sui campi da gioco era seria e grave, come per un campionato di Coppa Davis.

I grandi mobili massicci delle stanze da pranzo che imperarono poi in Sicilia o le scale interne in legno di quercia (come in questa villa - n.d.r. Malfitano) sono un'innovazione della borghesia inglese e soppiantavano le nostre angoliere dipinte. Il concetto stesso di stanze da pranzo viene dall'Inghilterra.

Venite a vedere, ora chi sono i discendenti di Benjamin Ingham.

Il maggiore dei figli di Joseph Whitaker, anch'egli Benjamin, detto Benny gira in lungo e in largo l'America come ambasciatore della ditta. Si trasferì presto in Inghilterra a Hesley, amministrando là i beni della famiglia. Era molto ricco e molto tirchio. Sposa la cugina Caroline Hudson. Era uno dei due usufruttuari.

Segue Alexandrina, detta Ackie.

Sposa William Epps Morrison appartenente a una delle nuove famiglie di commercianti inglesi, agenti locali, per la linea di navigazione governativa da e per Napoli (credo che uno dei Morrison sia stato un modesto azionista della compagnia di navigazione dei Florio). Ma la ditta fallisce, nonostante i generosi prestiti concessi da Joseph Whitaker al genero William.

William erede dei beni immobili. Sposò Luisa Ewing figlia del Vescovo di Argyll, chiamata a Palermo "la Vescovina". Abitò a Palermo al piano di Sant'Oliva dove un tempo aveva abitato la duchessa. Assistette ai moti siciliani. Il matrimonio con Willie non era molto armonioso, così quest'ultimo lascio l'Isola scegliendo come sua dimora Pilewell. Prima di partire, inviò un pipe, cioè, circa 600 litri, di Marsala.

La "Vescovina" morì giovanissima. Willie si risposa con Margherita Sartorius, figlia dell'ammiraglio Sartorius, capo di Stato Maggiore, reduce di Trafalgar. Hanno tre figli.

Sophia sposa Pikersgill. Ma questo innesto non produce buoni frutti. Il giovane inglese, anch'egli proveniente da una famiglia di commercianti, non arriva mai a combinare nulla nonostante la spinta compatta di tutta la famiglia Whitaker per riuscire ad emergere, il poveretto non ha la stoffa per essere un uomo d'affari. Non deve aver avuto vita facile in tutti i sensi: muore dopo soli quattro anni di matrimonio e Sophia sposa in seconde nozze Tommaso Crudeli, eroe garibaldino, chiamato in famiglia "The cruel Thomas".

Caroline detta Carrie sposa Ewan Christian di Alessandria conosciuto al Cairo durante un viaggio di Joseph (il padre) che s'interessava all'acquisto di azioni egiziane per 1'imminente apertura del Canale di Suez. Suo cugino Henry Christian sarà l'architetto della chiesa protestante inglese costruita grazie alle donazioni di Joseph e Ben di via Roma e di villa Whitaker di via Cavour in quello strano stile gotico veneziano.

Joshua detto Joss soggiornò a lungo a Marsala conducendo una vita tutt'altro che austera. Possedeva un cutter e organizzava delle minicrociere. Sposò una straordinaria ragazza dal colorito scuro, Euphrosyne Manuel, detta Effie, vivace ed energica in opposizione al marito noioso e pesante. Effie era un tipo bizzarro e teneva alla sua fama di persona originale consacrata dall'andare in giro con un pappagallo sulla spalla ed una piccola paletta d'argento per raccoglierne gli escrementi. Abbiamo testimonianze del pappagallo con la sua padrona sul vapore Palermo - Napoli e appollaiato sulle sbarre del letto durante una malattia di Effie. Nella mano destra, dopo la sua caduta da cavallo teneva un alto bastone. Il pappagallo era stato ammaestrato a scoppiare a ridere alle esose richieste dei mercanti.

Euphrosyne, che andava in giro per comprare gli arredi della nuova villa Whitaker entrava nei negozi, chiedendo i prezzi, e alla risposta, il pappagallo scoppiava in sonore e derisorie risate. Era una grande appassionata di tennis e aveva tre campi nei giardini della villa Sperlinga. Durante le partite il pappagallo era lasciato in libertà a svolazzare tra i rami. «Morì - dice brevemente Tina Whitaker - abbattutto da Vincenzo Florio» e mi sembra davvero uno scherzo di pessimo gusto degno di un decadente playboy, che non si accorge di strafare e a cui tutto si perdona. Joshua ed Euphrosyne diedero il via alla costruzione di villa Whitaker in via Cavour (n.d.r. attuale sede della Prefettura di Palermo). Questo esempio di gotico tardo vittoriano-veneziano venne progettato dall'architetto Henry Christian.

La figlia Audrie quando aveva dieci anni venne rapita mentre faceva una passeggiata a cavallo alla Favorita, accompagnata dallo stalliere Ninuzzo che viene imbavagliato e legato alla sella. Joss paga immediatamente il riscatto e la bambina è a casa dopo poche ore. Un silenzio assoluto circonda l'avvenimento, come se Joss avesse ben capito come comportarsi in tali frangenti. Neanche Tina riesce a penetrare attraverso la fitta cortina per attingere particolari.

Più tardi Audrie diventerà una violoncellista molto dotata; suonò anche per i reali di Grecia a villa Igiea.

Con Delia, fu la destinataria del lascito di trecentomila lire per la chiesa anglicana di via Roma. Emilye Lack disse di lei: "è un intellettuale, ma non è intelligente" e Tina: "è buona, sincera, raffinata, ma priva di spina dorsale". Ma questo giudizio si rivelò superficiale: Audrie lotta tenacemente e strenuamente per salvare il figlio Manfred (n.d.r. Pedicini), processato e condannato a trentaquattro anni di carcere per antifascismo e congiura contro lo stato. Anche Audrie è costretta a nascondersi. Tina e Delia Whitaker disapprovano solennemente il nipote perché a loro giudizio un gentleman non infrange le leggi di un paese in cui si vive o di cui si è ospiti. Tina accusa Audrie di aver dato al figlio un'educazione troppo anglofila. In quanto a Delia, essa non perdonò al nipote fino alla morte. Audrie aveva sposato il generale Raffaele Pedicini, che aveva preso parte alla ritirata di Caporetto, rimanendo ferito. Di lui, Tina diceva che aveva un carattere impossibile. Alla morte di Joss, aiuta con la moglie a sistemare l'azienda evitando un tracollo drammatico ma portandola ad una dolce fine. Pip la chiuderà definitivamente il 31 gennaio 1927.

L'unico figlio di Euphrosyne e Joss (n.d.r. Hubert Whitaker) muore in guerra a 25 anni.

Joseph Whitaker, detto Pip, è la figura più emergente di questa generazione della famiglia Whitaker. Ornitologo di fama internazionale, studioso di botanica, filantropo e soprattutto appassionato e tenace archeologo, profuse a Motya tesori. Fu grazie a lui, ai suoi finanziamenti ed al suo fiuto che videro la luce i resti del cimitero, e il piccolo porto-rifugio, l'intelligente, equivalente di un moderno hangar. La moglie, Tina Scalia, era figlia del colonnello Alfonso Scalia, fratello di Luigi Scalia, capo dei liberali di Sicilia e di Giulia Anichini, coppia di ardenti patrioti, esuli in Inghilterra. La loro casa di Whyndam Place era luogo di sicuro rifugio dei patrioti italiani centro di animate conversazioni, condotte dagli ingegni risorgimentali come Michele Amari, Mariano Stabile, Lignetta, Giacinto Carini, il barone Pisani e George Fagan, Dumas padre, lady Acton.

Alfonso Scalia, travolto dalla sua passione per i libri era anche un esperto rilegatore. Tina cresceva in quest'ambiente intellettuale e ricevette un'educazione ad altissimo livello.

Se non avesse sposato Joseph Whitaker, avrebbe intrapreso la carriera di soprano - cantava sempre in queste sale durante i ricevimenti (proprio come accadrà domani) ed era molto apprezzata - chiudeva le sue performances con una romanza di Tosti. Abbiamo detto che era snob e pignola (non ammise che il nipote, il maggiore generale Jack Whitaker, figlio di Albert, indossasse gli shorts in casa. E siamo già al 1944!) e pervasa da una vera e propria febbre per dare alla figlia Norina un marito dal nome altisonante. Ma Tina sente molto l'impegno civile, dando prova di essere un'abile organizzatrice nei soccorsi agli indigenti, ai colpiti dalla sciagura. Dopo il terremoto di Messina, è eletta presidente del Patronato Orfani "Regina Elena" e lavora assiduamente per dare un'identità e un tetto a centinaia di bambini, spesso neonati, sopravvissuti, e ormai senza radici. Nello stesso comitato Franca Florio si rivelò, invece, del tutto inefficiente. Pensate che Tina cerca anche di mettere in cantiere un'idea, secondo me modernissima: un orfanotrofio con una fattoria annessa. Si reca dal Papa per implorarne l'intervento a favore degli uccelli, che in Italia si accecavano per cantare meglio. E presidente di una organizzazione palermitana, l'alleanza Femminile, per i figli dei soldati al fronte, e di un asilo nido per i lattanti delle madri lavoratrici. Ha parole di aspra critica per i reali di Grecia che, nel 1922 continuano a vivere in vacanze a villa Igiea mentre i loro ministri vengono fucilati.

Monarchica e sostenitrice di Mussolini, ma non così cieca né imbevuta di quel fanatismo che rende ignoranti i seguaci accaniti di un dittatore; "Prendo in consegna l'anima di Crispi" - aveva detto Mussolini ed aveva espresso la stessa intenzione per Cromwell, Napoleone, Cavour. «Chi altro ancora parlerà dalla sua bocca?» - ironizza Tina.

Norina è circondata da uno stuolo di corteggiatori, come il principe di Gangi, il duca di Pietratagliata, il principe Carini, il marchese Theodoli, il principe Ruffo, il principe Grimaldi di Catania, che viene subito escluso perché manda un intermediario per chiedere la mano. Sposò poi il generale Antonino Di Giorgio. Fu grazie a questo matrimonio, cioè alla cittadinanza italiana di Norina, che Malfitano non venne confiscata e noi siamo qui oggi a godercela. Il matrimonio venne celebrato dapprima civilmente, poi secondo il rito protestante e poi ancora coi rito cattolico. Norina è fragile, nervosa e soffre di asma. Questo le impedisce di accompagnare su e giù il marito da Roma e anche di essere una valida padrona di casa, durante il loro soggiorno a Palazzo Reale quando il generale venne nominato comandante delle Forze Armate in Sicilia.

Delia appare sempre, quasi come dama di compagnia di Norina, è sta piazzata sullo sfondo, eclissata da madre e sorella. Molto si è detto di questo suo restare nell'ombra e non aver creato per se stessa una collocazione. Ma Delia soffriva di una timidezza morbosa e di uno slancio vitale piuttosto fievole.

La prima volta che l'ho incontrata rispose a una mia domanda con la testa girata dall'altra parte. Mia madre notò il mio disappunto e mi disse piano: "fa così, perché è timida". Il suo modo di passare le giornate a Roma - una mania per gli orari, per cui qualunque variante al programma della giornata appare da evitare se solo può spostare di minuti gli orari dei pasti o una solita lunga passeggiata giornaliera in auto per le vie dei centro in ora di punta - sembra denunciare una solitudine da sé stessa creata.

Gli ultimi due anni della sua vita furono amareggiati da un incredibile caso di impostura. Una donna, Giovanna Russo, sostenne di essere l'unica erede dei Whitaker, in quanto figlia della contessa Sofia Beatrice Whitaker e che la vera Delia era morta in campo di concentramento. Il processo fu a Palermo e la difesa affidata da Delia all'avvocato Nino Sorgi, per il quale io tradussi delle lettere e delle testimonianze.

Per volere di Tina, oramai stanca, durante la guerra continuò a scrivere il diario della madre. Delia era profondamente attaccata all'Italia così come l'aveva incontrata nell'infanzia (le ragazze Whitaker nascono a Palermo) e non può accettare cambiamenti. Dunque accoglie nel suo intimo ogni alleanza del governo e uniforma a queste la propria condotta. E, dall'altra parte, è imbevuta di una filosofia, di una way of thinking profondamente inglesi. «L'aspetto mercoledì prossimo per un the a Villa Malfitano, in occasione della ricorrenza della battaglia di Waterloo» - diceva un invito di Delia.

Robert e Maude. Le case e i giardini delle tre famiglie Whitaker, a Palermo, erano parti della Great Britain con i mobili, gli orologi a pendolo, le poltrone ricamate a punto a croce, i tappeti a fiori. La casa di Maude e Robert Whitaker a villa Sofia era forse l'esempio più evidente dell'inserimento del gusto inglese nella realtà mediterranea. «Il giardino - dice Fulco Cerda - era incantevole, con i prati, lo stagno, gli alberi e le piante tropicali, il maneggio per i cavalli». La casa era un grande affastellamento di colonnati, logge, loggette, pilastrini, torrette, padiglioni per il the sparsi nel parco. Là giocavano i figli di Robert e Maude, i piccoli della Verdura e altri amici. Le bambine Whitaker si chiamavano Aileen e Beatrice, detta Boots - deformazione affettuosa del nomignolo che le dava la balia di Porticello: Bebuzza. Quasi alle soglie dell'adolescenza, Boots fu il primo tenero amore di Fulco Cerda. Boots attraversa il periodo più bello della sua vita quando, ventitreenne, bella, disinvolta era la compagna di allegre serate del principe Amedeo delle Puglie e dei suoi amici. Villa Sofia era il centro di attrazione del gruppo che faceva capo al principe. Vi si conduceva una vita meno formale, più aperta: Maude era capace di organizzare un pranzo per molte pesone dalla sera all'indomani. E inoltre la residenza era più vicina a villa Igiea. Presto il flirt finisce e gli occhi aguzzi di Tina notano che ad un tratto Boots non porta più il braccialetto che Amedeo le ha regalato.

Sposerà più tardi Sir Torquil Munro, un baronetto scozzese e poi in seconde nozze Paul Neal.

L'altra figlia Aileen sposa Gerald Byrne.

Maude e Effie andavano molto d'accordo assai più che con la terza cognata Tina.

Bob o Roberta fumava 10 sigari al giorno fino alla morte. Naturalmente morì di cuore.

Arthur era il fratello prediletto di Pip. Una vita a caratteri foschi: a 15 giorni venne portato sulla nave per l'evacuazione degli Inglesi a Palermo, allo sbarco di Garibaldi; a otto anni assistette involontariamente da una finestra alla fucilazione di Francesco Riso e compagni, i patrioti della Gancia; perdette in guerra i suoi figli Trevor e Harold. Sposò Emily Wilkin ed ebbe una figlia, Gwendolen, che divenne la moglie del generale Claud Charlton. Gwendolen e Claud gestirono gli affari degli ultimi anni della vita di Tina, spingendola a stilare il suo testamento.

Alexander: uno dei Whitaker lontani dalla seconda patria, la Sicilia.

Abitò infatti un'altra splendida dimora in Inghilterra, Grayshott. Sposò un'autoritaria svizzera Berthe de Pury, "the impossible Berthe".

Benjamin Ingham aveva ricevuto il titolo di barone, e lo stesso titolo venne poi concesso dai Savoia al William suo erede. Lo stemma è pubblicato nel libro d'oro della nobiltà italiana del Mango. Si accompagna al doppio cognome di Ingham-Whitaker e a un cartiglio col motto "Spes et Fides".

Sembra proprio un motto indicato per quel giovane Ingham che sbar- ca a Palermo in cerca di fortuna e riesce a creare un impero. Nello stemma sono disegnate delle conchiglie dorate su campo rosso che, in araldica, pare siano simbolo di un ceppo duraturo, qualcosa che si potrae nel tempo, così fortemente attaccato alla terra come le conchiglie fossili. Lo stemma porta anche delle torri, dei merli guelfi, dei rombi.

E' uno stemma inquartato, sormontato da un graziosissimo cavallino bianco.

Delia aveva una volta offerto questa villa (n.d.r. Malfitano) al consolato inglese, ma il governo di Sua Maestà britannica, giunse alla conclusione che la manutenzione sarebbe stata troppo costosa.

Ringraziamo il cielo di questo furore di parsimonia perché questa bella casa è rimasta così a noi.

Mi piace finire con le parole di Pip a proposito della lealtà ai due paesi, quello di origine e quello di adozione, che gli Ingharn e i Whitaker seppero sempre conservare, come obbedienti cittadini italiani e devotissimi cittadini inglesi: «Vorrei porre l'accento sulla costanza con la quale la vostra famiglia, nonostante il lungo periodo di adattarnento ai costumi dell'isola, nonostante la mutata residenza, ha conservato la propria nazionalità e la devota lealtà al proprio paese d'origine, pur continuando a vivere in ottimi rapporti con gli abitanti dell'isola di tutte le classi sociali e con le autorità di questa Sicilia che li ha ospitati e dove sono stati tenuti nella massima considerazione e trattati come connazionali».


I Whitaker di Palermo

(liberamente tratto da "Gli Ingham - Whitaker di Palermo e la villa a Malfitano" di Romualdo Giuffrida ed. nel 1990 dall'Accademia Nazionale di Scienze Lettere e Arti di Palermo e da "La storia dei Whitaker" di Raleigh Trevelyan ed. nel 1988 da Sellerio Palermo).

Giuseppe Whitaker nato in Gran Bretagna il 7 agosto 1802 da Maria Ingham sorella di Beniamino, si era trasferito a Palermo nel 1819 per collaborare con lo zio Beniamino nelle attività della Casa di Commercio Ingham e C e della "intrapresa di fabbrica di vini in Marsala". Il 18 marzo 1837 sposò Elisa Sofia Sanderson, dalla quale ebbe dodici figli, tra i quali Joseph Isaac Whitaker.

Dopo la scomparsa dello zio Beniamino avvenuta il 5 marzo 1861, nel rispetto delle sue ultime volontà, la gestione di tutto il suo patrimonio fu tenuta dai due legittimi eredi usufruttuari, Giuseppe Whitaker e Beniamino Ingham junior, i quali tra l'altro, dopo un decennio dalla morte del patriarca Beniamino, decisero di fare erigere, a proprie spese, una chiesa in cui si celebrassero le funzioni anglicane a beneficio della salute spirituale di tutti gli Inglesi residenti a Palermo.

Stabilito che la chiesa doveva sorgere «a cantonata della via Ingham e Stabile» negli orti di Carella su terreno donato da Emily Ingham nata Hinton, moglie di Beniamino, Giuseppe Whitaker per sè e in rappresentanza del cugino, dopo aver fatto redigere il relativo progetto dall'architetto londinese Mr. William Barber e dal proprio genero, architetto Henry Christian, il 30 maggio 1872 ne affidò la costruzione ai capimastri Giuseppe e Salvatore Casano sotto la direzione del colonnello Henry Yule C.B. I lavori che comportarono una spesa complessiva di L. 138.390,34, ebbero termine nel luglio 1875 quando da circa tre anni Beniamino junior era morto improvvisamente a Parigi (4 ottobre 1872). La chiesa in cui vennero impiegati marmi del Devonshire (lo zoccolo nero) della Cornovaglia (il serpentino) e del Derbyshire, nonché pietra di Billiemi, di Aspra e di Cinisi, fu decorata con una serie di mosaici disegnati da Mr. Henry Christian. Nel soffitto dell'abside vennero realizzati: i cinque medaglioni raffiguranti San Matteo, San Marco, Gesù Cristo, San Luca, San Giovanni; le immagini di Sant'Ambrogio e San Gerolamo sul lato sud; quattro angeli nella parte inferiore. Attorno alle pareti dell'abside fu incisa l'iscrizione «Him that come home will in no wise cast out» (non caccerò via in alcun modo colui che viene da me). Nelle mensole del dorsale vennero effigiati i volti di: Sant'Agostino, Wycliff, l'arcivescovo Cranmer, Edoardo VI, lord Burieigh, la regina Elisabetta I. Sui quattro capitelli del tabernacolo centrale vennero rappresentati (rispettivamente con una rosa, un cardo selvatico, un trifoglio e un iris selvatico), l'Inghilterra la Scozia, l'Irlanda e la Sicilia. Il pulpito disegnato da Francis Cranmer Pemrose, venne realizzato dallo scultore palermitano Benedetto Civiletti. Nelle sette Vetrate dell'abside vennero rappresentati: l'agonia nell'orto di Getsemani; il processo dinanzi a Pilato; la Crocifissione; la Resurrezione; l'Ascensione; la discesa dello Spirito Santo; la predicazione di San Paolo ad Atene. La chiesa venne aperta al culto il 19 di- cembre 1875 e, tutt'ora, viene ofliciata a cura del Gibraltar Diocesan Trust (Consorzio diocesano di Gibilterra) di cui è entrata a far parte nel 1962.

Allorché Giuseppe Whitaker, che era rimasto solo a gestire tutto il patrimonio del defunto zio Beniamino, raggiunse la veneranda età di ottanta anni, i figli Giosuè, Roberto e Giuseppe Isacco presero moglie. Infatti: Giosuè detto Joss, nato il 14 giugno 1849, sposò il 4 giugno 1882 Euphrosine Manuci fu Alecco nata a Gibilterra; Giuseppe Isacco, detto per vezzo Pip, nel 1883 sposò Caterina Paola Anna Luisa Scalia detta Tina, nata a Londra il 12 novembe 1858 da Alfonso Scalia e da Giulietta Cordelia Anichini. Giuseppe Whitaker scomparve il 17 ottobre 1884 lasciando tra i vari cespiti finanziari, quello costituito dallo stabilimento vinicolo Ingham-Whitaker di Marsala, ai figli Roberto, Giosuè e Giuseppe Isacco, i quali gestirono «in comunione» il patrimonio ereditato il cui reddito ammontava a circa cinque milioni di lire annuali. Roberto nel 1886 prese in moglie Clara Maude Bennet nata a Stockport. Giosuè che abitava nel palazzo di via Lampedusa lasciato da Beniamino Ingham senior in eredità al nipote Giuseppe Whitaker, nel 1855 diede inizio ai lavori per la costruzione di una grande villa in stile neogotico veneziano lungo la via Cavour nei pressi di porta San Giorgio su progetto del cognato architetto Henry Cristian. Roberto, dopo la morte della madre avvenuta il 31 ottobre 1885, fece ristrutturare in stile neoclassico, per suo uso, dall'architetto Beaumont Gardner la villa che il padre aveva fatto costruire nel 1850 in contrada Resuttano nella Piana dei Colli. Da parte sua Pip, cioè Giuseppe Isacco, il quale intanto aveva aggiunto al proprio cognome quello di Spadafora (cioè della zia duchessa Alessandra di Santa Rosalia, nata Spadafora, moglie di Beniamino Ingham senior) su suggerimento della moglie Tina, concepì l'idea di farsi costruire una grande e sontuosa villa (la Villa Malfitano).

Il tramonto degli Ingham-Whitaker di Palermo

A a partire dal 1919 la produzione e la vendita dei marsala della manifattura Ingham-Whitaker subì una notevole flessione, sia per la chiusura dei mercati oltre oceano, dovuta soprattutto all'entrata in vigore negli U.S.A. del proibizionismo, sia per la scarsa richiesta che ne veniva fatta nei mercati inglesi, a causa della concorrenza dei vini spagnoli. Alla flessione dell'esportazione dei marsala nei mercati esteri si accompagnò quella della vendita in Italia, a causa della concorrenza della casa Florio che inondò il mercato di prodotti meno pregiati e a più basso prezzo. Nel 1925 la produzione e la vendita del marsata Ingham-Whitaker si ridussero a soli 5.000 ettolitri. A causa di una tale grave situazione e in seguito alla morte di Robert e di Giosuè Whitaker, il fratello superstite Giuseppe Isacco con le cognate, Euphrosyne Manuel vedova di Giosuè e Clara Maude Bennet vedova di Robert, nel giugno del 1926 decisero di procedere alla divisione dei beni mobili, immobili e del denaro che da molti anni avevano gestito «in comunione». Tale decisione determinò la trasformazione della società in accomandita, costituita da Beniamino Ingham nel 1812, nella Società Anonima Ingham-Whitaker e C con sede a Palermo ed un capitale di quattromilionicinquecentomila (corrispondente al patrimonio netto della preesistente Azienda enologica) diviso in 4.500 azioni ciascuna da lire mille sottoscritte rispettivamente in numero di 1.500 da ciascuno dei tre membri della famiglia Whitaker. Tale tentativo compiuto per mantenere in attività lo stabilimento marsalese tuttavia non sortì l'esito sperato se nel 1928 la Ingham-Whitaker cedette la maggioranza delle proprie azioni al gruppo finanziario torinese che controllava la Cinzano e l'Unica.

Biografia Edit

A lui è dedicata una Fondazione.

(Romualdo Giuffrida in J.I.S. Whitaker, Mozia. Una colonia fenicia in Sicilia, edito dall'Accademia Nazionale di Scienze Lettere ed Arti di Palermo nel 1991).

Nel 1812 Beniamino Ingham "figlio del fu Guglielmo... di Leeds nella contea di York nel Regno della Gran Bretagna" eleggeva il proprio domicilio a Palermo e vi costituiva la Casa di Commercio Ingham e C. dedicandosi all'importazione dall'Inghilterra, per la vendita all'ingrosso in varie piazze commerciali della Sicilia, di tessuti di lana e di cotone di varie qualità.

Nel medesimo anno della costituzione di tale Casa di Commercio Ingham creò a Marsala, con la collaborazione di Richard Stephens, una manifattura per la produzione di vini all'uso di Madera.

Allo scopo di svolgere l'attività commerciale cui si è accennato Ingham si avvalse della collaborazione dapprima del nipote William Whitaker che morì il 21 novembre 1818 a soli 22 anni e quindi di un altro nipote a nome Joseph che nel 1819 si trasferì in Sicilia dove il 18 marzo 1837 sposò Elisa Sophia Sanderson, che era nata a Messina il 23 luglio 1816.

Il 10 marzo 1850 Sophia dette alla luce l'ottavo dei suoi dodici figli, Joseph Isaac, il quale, per vezzo, sarebbe stato sempre chiamato, dai familiari e dagli amici, Pip.

Dopo aver compiuto gli studi elementari a Malta, Pip si trasferì a Palermo nel marzo del 1860.

Nell'estate del 1863 fu condotto dal padre ad Hesley nello Yorkshire, dove seguì gli studi medi e superiori nelle scuole di Harrow, rivelando, tra l'altro una particolare tendenza per gli studi di storia naturale.

Al termine degli studi, tornato nel 1877 a Palermo, nei periodi estivi risiedeva nella casa di villeggiatura che il padre Joseph aveva acquistato nel 1850 nella Piana dei Colli in contrada Resuttano e che aveva denominato Sophia in onore della moglie.

Negli altri periodi dell'anno Pip soggiornava per lo più a Marsala dove prestava la sua opera presso lo stabilimento Ingham-Whitaker creato da Beniamino Ingham il quale era morto nel 1861.

Nel 1883 Pip prese in moglie Caterina Paolina Anna Luisa Scalia detta Tina, nata a Londra il 12 novembre 1858 da Alfonso Scalia e da Giulietta Cordelia Anichini.

I due giovani sposi dapprima vissero tra il baglio di Marsala e la casa sita a Palermo al numero civico 1 di via Bara all'Olivella.

In seguito, alla morte del vecchio Joseph padre di Pip, avvenuta il 17 ottobre 1884, i figli Robert, Joshua e Pip ereditarono tra i vari cespiti finanziari quello costituito dallo stabilimento vinicolo Ingham-Whitaker di Marsala, alla cui amministrazione, pur rimanendo soci, non avrebbero preso parte attiva né Pip né Robert.

Allorché il 31 ottobre ottobre 1885 scomparve la madre Sophia Sanderson: il figlio Robert, che nel 1886 sposò Maude Bennet, si stabili a villa Sophia che fece ristrutturare in stile neoclassico, per suo uso, dall'architetto Beaumont Gardner la villa che sorgeva in contrada Resuttano; Joshua, che il 4 gennaio 1882 aveva sposato Euphrosine Manuel, con la quale risiedeva nel palazzo Lampedusa, si fece costruire una grande villa in stile gotico-veneziano nel vicino giardino lungo la via Cavour nei pressi di Porta San Giorgio; Joseph detto Pip (il quale intanto aveva aggiunto al proprio cognome quello di Spadafora, che gli proveniva dalla prozia, duchessa Alessandra di Santa Rosalia moglie di Benjamin Ingham senior) concepì l'idea di costruirsi una grande e sontuosa dimora.

A tal fine, fece acquistare per suo conto dal proprio fratello Joshua un fondo rustico che si estendeva alla periferia settentrionale di Palermo nella contrada Malfitano all'Olivuzza per la somma netta di Lire settantacinquemila.

Se da un lato Pip dette incarico all'architetto ingegnere capo onorario del Real Corpo del Genio Civile cav. Ignazio Greco D'Onofrio, con studio a Palermo, di progettare una grande palazzina esemplandone gli esterni su quelli del villino di stile neoclassico che la baronessa Favard de L'Anglade si era fatta costruire nel 1857 a Firenze sul Lungarno Amerigo Vespucci dall'architetto Giuseppe Poggi, dall'altro nel 1886 dava l'avvio ai lavori di costruzione della villa affidandoli alla direzione del medesimo progettista architetto Greco e all'esecuzione del capomaestro Giuseppe Casano che tra 1872 e il 1875 aveva realizzato a Palermo la chiesa anglicana di via Roma, mentre il 27 marzo 1886 otteneva da Matteo Ingrassia e dai figli il rilascio del terreno su cui doveva sorgere la villa e che essi tenevano in gabella.

La palazzina della villa venne realizzata sobriamente con uno stile composito nel quale gli aspetti dell'architettura neoclassica vennero fusi con ricorrenti spunti di stile Liberty.

Dopo tre anni dall'inizio dei lavori, Pip e Tina, con le due piccole figlie Sophia Juliet Emily Eleonora (nata il 20.6.1884) e Cordelia Stella Georgette Edith (nata il 6.6.1885), si trasferirono dalla casa al numero civico 1 di via Bara all'Olivella nella loro nuova sontuosa dimora che man mano tra il 1887 e il 1890, venne dotata di mobili forniti da varie Ditte di Londra, di Torino e di Palermo.

La menzionata dimora venne dotata anche di pezzi di antiquariato di notevole pregio artistico tra i quali cinque grandi arazzi Gobelins che costituiscono una magistrale interpretazione delle vicissitudini dei Teucri in fuga da Troia narrata da Virgilio nel primo e nel quarto libro dell'Eneide.

Appassionato di storia naturale e intenditore di Botanica, Pip si adoperò per costituire attorno alla palazzina un parco all'inglese dotato di piante che acquistò,in Tunisia, a Sumatra e in altri luoghi esotici.

La realizzazione del parco ed il potenziamento di un preesistente agrumeto furono affidati al capo giardiniere Emilio Kuntzman.

Il 10 gennaio 1900 Pip inaugurò nei locali attigui alla villa (dove sino al 1894 aveva dimorato il suocero, generale Alfonso Scalia) un Museo ornitologico costituito da tremila uccelli imbalsamati appartenenti a trecentosettantacinque specie e sottospecie viventi nel litorale mediterraneo che, tenendo presente i suggerimenti scientifici fornitigli dagli ornitologi, Philip Sclater e S. Cavendish - Taylor, illustrò nell'opera The Bird of Tunisia - Uccelli di Tunisia, pubblicata a Londra nel 1905 corredata di bellissime litografie a colori.

Durante i frequenti periodi in cui Pip, a partire dal 1877, soggiornò a Marsala presso lo stabilimento Ingham-Whitaker vi conobbe Carlo Forsyth Gray che vi prestava servizio sin dal 1869 e che, divenutone amministratore nel 1889, lo indusse ad acquistare man mano in proprietà, tra il 1903 e il 1906, l'isoletta di San Pantaleo, l'antica Motya, che si estende nello stagnone di Marsala e dove, con la collaborazione del cav. Giuseppe Lipari Cascio (amico del Gray al quale aveva prestato un valido aiuto per realizzare una consistente raccolta di preziosi reperti archeologici rinvenuti nella necropoli di Lilibeo) con la guida di Antonio Salinas e con i consigli di Biagio Pace, rese operanti tra il 1902 e il 1919 diverse campagne di scavi che gli consentirono non solo di realizzarvi un Museo in cui si trova una preziosa raccolta di reperti archeologia relativi alla civiltà fenicio-punica del Mediterraneo ma anche di pubblicare a Londra nel 1921 l'opera Mtya - A Phoenician Colony in Sicily che, essendo ritenuta dagli specialisti un'opera scientificamente ancora valida, viene riproposta agli studiosi interessati per la prima volta nella traduzione in lingua italiana.

Non, va dimenticato che, sebbene non fosse dotato di spirito imprenditoriale, tuttavia nel 1909 Pip Whitaker ideò la sperimentazione di una "industria agricola che potesse utilizzare e vantaggiare i terreni incolti" di Motya introducendovi la cultura dell'Agave rigida var. sisalana Enigelm, pianta molto utile per l'industria tessile.

Allorché, a partire dal 1919 la vendita del marsala della manifattura Ingham-Whitaker subì una notevole flessione, sia per la chiusura dei mercati oltre oceano, dovuta all'entrata in vigore negli U.S.A. del proibizionismo, sia per la scarsa richiesta che ne veniva fatta nei mercati inglesi a causa della concorrenza dei vini spagnuoli, sia per la concorrenza della casa Florio, la produzione venne necessariamente ridotta sino a raggiungere nel 1925 soltanto 5000 ettolitri.

Pertanto, a causa di tale grave situazione, e, in seguito alla morte di Robert e di Joshua Whitaker, nel giugno del 1926, Pip, d'accordo con le cognate vedove dei due fratelli, oltre a decidere lo scioglimento della comunione dei beni che risaliva al 1884, anno della scomparsa di Joseph Whitaker, trasformarono la Società in accomandita, che risaliva a Benjamin Ingham (1812), in Società anonima Ingham-Whitaker e C. con sede in Palermo ed un capitale di lire quattromilionicinquecentomila.

Tale tentativo, compiuto per mantenere in vita lo stabilimento rnarsalese, tuttavia non sortì l'esito sperato se nel 1928 la Ingham-Wbitaker cedette la maggioranza delle proprie azioni al gruppo finanziario torinese che controllava la Cinzano e l'Unica. Dopo una lunga e laboriosa esistenza, il 3 novembre 1936, Giuseppe Isacco Spadafora Whitaker, alla veneranda età di oltre 86 anni cessò di vivere a Roma.

L'ultima sua erede, la figlia Cordelia, che continuò a risiedere nella villa a Malfitano dove morì il 21 luglio 1971, accogliendo il suggerimento dell'Accademico dei Lincei Biagio Pace, si adoperò perché tale villa facesse parte integrante di una Fondazione culturale intitolata al nome del suo genitore e ne divenisse la sede amministrativa.

Con decreto del 9 luglio 1975, il Capo dello Stato conferì il riconoscimento di Ente Morale alla Fondazione "Giuseppe Whitaker" per promuovere, sotto l'alto patrocinio dell'Accademia dei Lineci sia "l'incremento della cultura, della istruzione e la divulgazione dei valori artistici nelle varie espressioni" sia "in generale, lo studio e la conoscenza della civiltà fenicio-punica nel Mediterraneo", sia "mediante scavi, pubblicazioni, costituzione di una biblioteca specializzata, lo studio e la conoscenza... di Motya".

La vitalità di tale istituzione culturale è comprovata, sia dalle campagne di scavo rese operanti a Mozia a partire dal 1977 dalla Missione Archeologica dell'Università di Palermo in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica per le provincie di Palermo e Trapani, sia dalla riapertura al pubblico e agli studiosi, in data 15 luglio 1988, del menzionato Museo "Giuseppe Whitaker" di Mozia riordinato a cura della Soprintendenza per i Beni culturali e ambientali di Trapani.


Joseph Whitaker

(tratto dalla relazione di Francesco Brancato in atti del seminario di studio "I Whitaker di villa Malfitano", tenutosi in Palermo il 16 - 18 marzo 1995 su "I Whitaker di villa Malfitano" a cura di Rosario Lentini e Pietro Silvestri, pubblicati dalla Fondazione "Giuseppe Whitaker" con il patrocinio dell'Assessorato dei beni culturali, ambientali e della pubblica istruzione della Regione siciliana nel dicembre 1995).

I principali personaggi della "dinastia" dei Whitaker, residenti a Palermo tra l'Otto e il Novecento, sono: Joseph (senior), figlio di una sorella di Ingham, morto a 82 anni nel 1884; Joseph (junior), figlio del primo Joseph, chiamato familiarmente Pip, morto nel 1936 a 86 anni; Tina Whitaker Scalia, sposa di Pip, morta nel 1957 a 98 anni; Norina, figlia di Pip e Tina, sposa del generale Di Giorgio, morta nel 1954 a 73 anni, e, infine, Delia, anch'essa figlia di Pip e Tina, morta nel 1971 a 86 anni.

Loro capostipite può considerarsi Benjamin Ingham, nativo di Yorkshire, il quale, venuto nel 1806 in Sicilia al seguito delle truppe inglesi d'occupazione durante le guerre antinapoleoniche, poi vi rimase per tutta la vita, fino alla morte nel 1861, avendo, con la sua rara e intelligente attività imprenditoriale, costruito un grande impero economico non soltanto nell'Isola, ma anche e soprattutto in America.(3)

Il primo Whitaker da lui chiamato per essere coadiuvato nei suoi affari in Sicilia fu Joseph (senior), figlio di una sua sorella, da cui discesero poi tutti gli altri Whitaker rimasti in Sicilia.(4)

Una "dinastia", dunque, quanto mai singolare, quella dei Whitaker, che, nella ben nota opera Principi sotto il Vulcano,(5) il Trevelyan ci ha fatto conoscere nei suoi singoli personaggi: una "dinastia" i cui rappresentanti, per la loro stessa longevità, coprono oltre un secolo e mezzo di vita, svolgendo ciascuno un ruolo particolare ed esercitando anche in diversa misura in Sicilia e particolarmente a Palermo, una notevole influenza in vari rami di attività. Benjamin Ingham riuscì a creare una vasta rete di agenti e suoi commissionari, da cui uscirà poi la nuova borghesia isolana, avendo egli stesso fornito, per così dire, un modello; Joseph senior continuò, dopo la sua morte, l'attività enologica a Marsala, sempre con alto prestigio della Ditta; Joseph junior, erede di un notevole patrimonio economico, ma più uomo di cultura che di affari, con grande versatilità compì notevoli studi archeologia (acquistò dell'isola di Mozia e relativi scavi archeologia) e, amante della caccia questa praticò regolarmente nella stagione opportuna, recandosi in Africa (costa libica), per cui creò anche un museo ornitologico che, alla sua morte, la Regione Siciliana si è lasciato sfuggire, per cui è andato a finire a Belfast in Irlanda.(6)

Qualche voce levatasi sulla stampa dell'epoca, per i suoi frequenti viaggi in Africa ufficialmente per la caccia, ha voluto vedervi la longa mano dell'Inghilterra, specie nel momento in cui era cominciata la competizione fra gli stati colonialisti europei per l'occupazione e l'acquisto di nuove colonie (quanto all'Italia la conquista della Libia). Ma egli anche con pubbliche dichiarazioni negò sempre ogni addebito di questo genere. E ciò fece con tanto maggiore calore allorché si trattò di spedizioni che egli, quale suddito inglese (pur mantenendo la residenza in Italia, non aveva mai rinunziato alla cittadinanza inglese) aveva personalmente assunto l'incarico di organizzare, come a proposito di quella intrapresa nel maggio del 1901, di cui fu data notizia anche sul Giornale di Sicilia, per cui si affrettò a scrivere al direttore:

«Nel n. 144 del suo accreditato periodico, e precisamente nella corrispondenza da Tripoli, vedo che si parla di una spedizione scientifica inglese attualmente viaggiante nell'interno di quel paese, con mandato del proprio governo.

Leggo inoltre che la detta spedizione prima di poter partire da Tripoli per l'interno, aveva incontrato molte difficoltà per parte del governo di Vilayet, che aveva riconosciuto non autentica la firma sul permesso imperiale esibito.

Per evitare possibili equivoci, credo giusto di dichiarare che la spedizione in parola fu ideata ed organizzata da me, a solo ed esclusivo scopo scientifico, e che non ha alcun mandato dal governo inglese. E' vero che per avere il permesso ottomano per potere viaggiare nell'interno della Tripolitania ho dovuto ricorrere, per mezzo del Museo britannico di Londra, al Foreign Office inglese, ma questo è tutto. E' vero anche che prima di poter partire definitivamente per l'interno la spedizione ha incontrato delle difficoltà, ma queste furono piuttosto nell'introduzione delle munizioni da caccia e nei preparativi nel viaggio e non mai per opposizioni da parte del governo di Vilayet a causa di un dubbio sull'autenticità della firma nel permesso ottenuto da Costantinopoli.

Da una lettera ricevuta pochi giorni fa sento che la spedizione è arrivata felicemente a Sokna verso la fine del mese scorso, e che si prepara a continuare il viaggio al Mursuk nel 26° grado di N. It. per poi girare a Nord-Est e ritornare verso la costa a Benghasi.

In quanto alla missione intrapresa da un francese, alla quale allude il suo egregio corrispondente, conoscendo le grandi difficoltà poste dal governo ottomano ai viaggiatori europei che vorrebbero visitare l'intemo della Tripolitania, confesso che sono rimasto sorpreso di leggere che il detto viaggiatore francese abbia potuto, senza il minimo contrasto, compiere la missione a lui affidata dal suo governo di ispezionare le stands interne della Tripolitania.

Che un'occupazione eventuale di Gadames da parte dei Francesi potesse aver luogo non è impossibile, ma in questo caso ritengo che ciò avverrebbe dalla parte della Tunisia, e non attraverso la Tripolitania».(7)

Ma più direttamente di politica Joseph Whitaker si interessò allo scoppio della prima guerra mondiale, durante il periodo della neutralità italiana, in cui fra le voci piuttosto insistenti, circolarono quelle pacifiste o, quanto meno, neutraliste, alle quali, seguendo l'orientamento interventista del suo paese, con tutta forza si oppose. Fra le carte dell'Archivio Whitaker si trova, appunto, uno scritto di ben undici pagine, individuabile dal suo tipico carattere, di pugno di Joseph, con un titolo significativo: Contro la propaganda pacifista, in cui egli leva appunto la voce proprio contro quanti facevano propaganda contro la guerra per la pace o, quanto meno, per la neutralità. Non si intende bene se si tratti di un articolo destinato alla stampa o di un discorso da leggere in qualche adunanza. Ma nessuno equivoco si leva sullo spirito che l'anima, di forte e sentita reazione alla propaganda pacifista che, come viene argomentato, sarebbe contro lo stesso spirito che aveva animato gli stessi uomini del Risorgimento.

«La vergognosa propaganda pacifista - vi è scritto fra l'altro - che da qualche tempo va facendosi strada nei paesi della cosiddetta "intesa" ed in quelli neutrali ha di recente assunto una maggiore attività e si è intensificata a tale punto da meritare la nostra seria attenzione ed una contro azione vigorosa onde porvi freno per quanto sia possibile.

Sarebbe certamente tempo sprecato cercare di convertire a migliori sentimenti coloro i quali, per le loro convinzioni di vecchia data, si ostinino, anche onestamente e coscienziosamente, a reclamare la pace a qualunque costo, e tanto meno di rivolgersi a quelli che per i propri fini, oppure per altri motivi poco onorevoli e patriottici, fanno il loro possibile, sia apertamente sia di nascosto, onde ostacolare l'opera dei loro governo e diffondere la discordia e la sfiducia nel proprio paese, incitando gli altri a seguirli nel loro criminoso lavoro. Contro alcuni di cosiddetti pacifisti le leggi vigenti sono applicabili, ma per gli altri nulla vi è da fare, altro che sperare che presto o tardi verrà per loro il giorno di retribuzione, con la punizione che ben meritano! ».

Continuare a. incrementare la lotta contro il pacifisrno sarebbe anche un atto di riguardo all'opera compiuta dagli eroi che fecero il Risorgimento. Perciò continua:

«L'Italia può e deve resistere: essa non ha da temere la involuzione; fondata come è su base democratica solida, con un Sovrano fedele ai suoi impegni e doveri di cui alla Costituzione, già accettata su larga base dal suo grande avo. L'Italia, per fortuna, non si trova nella posizione della Russia, e nemmeno della Germania, che ha una grande crisi interna da superare. L'Italia, del resto, non deve temere l'affamamento, avendo un popolo parco e sobrio abituato alla frugalità ed all'astensione, e saprà resistere ancora a dar prova di abnegazione.

L'Italia ora che finalmente è spuntata l'alba del grande giorno quando si potrà compiere la rivendicazione completa del suo territorio, liberandolo per sempre dal giogo dello straniero, non può e non deve andare avanti fino alla vittoria! Questa rivendicazione di territori e questa liberazione del suo popolo oppresso, l'Italia non la potrà avere in altro modo. Lo hanno detto chiaramente per la bocca dei loro ministri, gli stessi Imperi Centrali! ».(8)

Ma i maggiori interessi di Pip più che politici erano particolarmente scientifici; essendosi di preferenza dedicato agli studi soprattutto archeologici relativamente a Mozia. Ne è una manifestazione l'opera che solo di recente, nel 1991, per deliberazione della Commissione scientifica operante presso l'Accadenúa Nazionale di Scienze, Lettere e Arti di Palermo, è stata tradotta e pubblicata in lingua italiana (traduzione di Emilia Niceta Palmeri) e con numerose interessanti illustrazioni: Mozia. Una colonia fenicia in Sicilia, apparsa nel 1921, in lingua inglese a Londra.

Si tratta di un'opera che s'impone all'attenzione degli studiosi, oltre che per l'ampia informazione che fornisce sulla civiltà mediterranea, corredata com'è anche di un'ampia e interessante bibliografia, anche e soprattutto per ciò che lo stesso Whitaker scopre e rivela sulla civiltà fenicia nel Mediterraneo. Osserva, fra l'altro Luigi Bernabò Brea nella presentazione (p. XI): «Sono pagine di storia di facile e piacevole lettura, sostanzialmente ancora validissime, alle quali oggi, dopo ottant'anni, pochissimo sarebbe da aggiungere o da mutare».(9)

Questo spirito squisitamente nazionalistico di valorizzazione di territori italiani gli fece guadagnare particolari riconoscirnenti da parte del Ministero degli Affari Esteri che con nota dell'8 febbraio 1908 gli comunicò, tramite il prefetto di Palermo, il titolo a lui conferito dall'Augusto Sovrano di Commendatore del suo Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, come poi, durante il fascismo con nota dei 19 ottobre 1933, su proposta del capo del governo, gli venne conferito il grado di Grande Ufficiale dell'ordine della Corona d'Italia con annesse le relative insegne.(10)

Pur preso da vari interessi politici e scientifici Joseph Whitaker non trascurò quelli economici e personali, per cui cercò anche di portare avanti e introdurre nell'isola di Mozia, fin dai primi del nuovo secolo, la coltivazione dell'Agave sisalana, di quella pianta cioè che, originaria del Messico, richiedendo, per il migliore sviluppo delle sue fibre, clima caldo, sperava si sarebbe potuta bene adattare in quell'Isola nel Mediterraneo. In ciò fu sostenuto e coadiuvato dal generale Di Giorgio che, avendo sposato Norina, era entrato a far parte della famiglia Whitaker di cui sentiva i problemi e non poco si prestò per l'introduzione e la coltivazione dell'agave sisalana a Mozia e in Sicilia. In una nota relativa alla coltura di tale pianta, che si conserva nell'Archivio Whitaker, ne mette in rilievo l'importanza economica anche per la Sicilia e il continente italiano. Tale il parere anche di Joseph.(11)

Con il matrimonio con Norina (4 febbraio 1922 cerimonia civile, 5 seguente cerimonia religiosa), il generale Di Giorgio, già ai massimi gradi della sua carriera militare e in forte intesa con il fascismo (venne poi incluso nel famoso listone) cominciò ad esercitare pure una notevole influenza nell'orientamento politico della famiglia di cui entrò a far parte.

Come si rileva dagli stessi squarci del suo diario riportati dal Trevelyan nel ben noto saggio Principi sotto il Vulcano, di quel matrimonio fu massimamente contenta Tina con la quale, più che con Pip, il Di Giorgio aveva risolto tutte le questioni inerenti, comprese quelle finanziarie.(12)

Era quello il tempo in cui era venuto sempre più affermandosi il fascismo in Italia: vi era quindi, per molti aspetti, anche turbolenza, ma non esente da ambizioni che si manifestarono nello stesso generale Di Giorgio che pure dal nuove regime politico s'aspettava riconoscimenti e nuovi successi nella carriera, già molto brillante, avendo avuto riconosciuti atti di valore, alla fine del secodo, ad Adua e in Somalia e, quindi, nella campagna italo-turca, per cui aveva meritato la croce dell'Ordine militare di Savoia e ricompense al valore. Era stato, infine, dopo Caporetto, tra i primi a passare con il suo reparto il Piave nell'offensiva vittoriosa di Vittorio Veneto. S'inserì, perciò, anch'egli nel movimento fascista che portò in auge particolarmente i valori nazionali, ed ebbe anche i massimi riconoscimenti da parte di Mussolini che, nell'aprile del 1924, lo chiamò al Ministero della Guerra a succedere ad Armando Diaz, duca della Vittoria.

Egli perciò, come si rileva anche da una lettera dell'allora colonnello Vincenzo Streva diretta alla "gentile Signora" Tina, se era massimamente ammirato per i suoi atti di eroismo, in certi particolari ambienti s'era attirato del rancore, "perché in momenti difficili si era messo a fianco di Mussolini(13). Perciò anche la nuova situazione di ordine e di sicurezza creata dal fascismo, per influenza del generale Di Giorgio, trovò buona accoglienza nella villa Malfitano. Si trattava del resto di un uomo che godeva di una grande generale stima e del massimo prestigio, al punto che lo stesso Mussolini l'avrebbe voluto ufficialmente nominare Alto Commissario del partito per la Sicilia, nomina ch'egli per opportunità continente ritenne di declinare.(14)

Ma un esplicito riconoscimento di merito al fascismo espresse la stessa Tina nel suo Diario quando, delineando con estrema rapidità le vicende dei contrasti politici tra l'Otto e il Novecento in Italia, annota, tra l'altro: «( ... ) la vecchia Destra, o partito conservatore, era caduta, e i liberali avevano raggiunto un successo, con la politica d'opportunismo di Depretis (con Nicotera all'interno o Home Office), continuata più o meno da Giolitti fino alla marcia su Roma di Mussolini il 27 ottobre 1922». E ancora: «L'interludio, quando Crispi fu al timone, fu troppo breve per apportare una reale rigenerazione, e il degrado continuò sino alla deplorevole débácle del ministro Facta, una creatura di Giolitti, allorché le camicie nere furono alle porte di Roma e il re salvò il paese dalla rivoluzione chiamando il loro capo alla guida del governo».(15) Né sono diverse le considerazioni di Joseph contenute in due note, forse preparate per essere pubblicate in qualche giornale inglese: la prima del 3 novembre 1922 sul meeting del 28 ottobre dei fascisti a Napoli, e la seconda «On the present-political situation in Italy» del 31 dicembre 1924.(16)

Ma di notevole interesse sono le considerazioni che Joseph espone in un «Esame della posizione dell'Italia», a guerra finita, risalente al momento in cui, scoppiata la prima guerra mondiale, l'Italia assume una posizione di neutralità. Da qui la ricordata nota di Joseph che riportiamo per intero:

«1. Continuando nella sua neutralità: l'Italia naturalmente sarebbe risparmiata dagli orrori e le spese di una grande guerra.

a) Nel caso della vittoria delle Potenze Centrali:

L'Italia forse riceverebbe il Trentino e qualche altro territorio, ma non possiamo essere ben certi che le Potenze Centrali non le darebbero più di questo trattamento necessario, onde verificarsi per il non intervento dell'Italia a loro favore.

In ogni modo, la posizione dell'Italia, sia nell'Adriatico, sia nel Mediterraneo, e si potrebbe dire generalmente, diventerebbe una posizione sottomessa, e col tempo l'Italia finirebbe per diventare poco più di una vassallo della Gerrnania.

b) Nel caso di una vittoria dell'Intesa:

L'Italia probabilmente riceverebbe il Trentino, ma null'altro. Resterebbe però sempre indipendente e libera come prima, sebbene forse non avrebbe molta voce in capitolo in quanto alla sistemazione delle cose dell'Europa, e la sua posizione sarebbe isolata e poco soddisfacente.

2. L'intervento dell'Italia a fianco dell'Intesa.

L'Italia naturalmente avrebbe sofferto gli oneri e le spese d'una guerra.

a) Nel caso della vittoria delle Potenze Centrali certamente la posizione dell'Italia sarebbe brutta, ma il rischio sembra così minimo, che essa lo dovrebbe affrontare.

b) Nel caso della vittoria dell'Intesa. L'Italia riceverebbe il Trentino, Trieste e probabilmente qualche altro territorio nell'Oriente e nell'Asia Minore anche. Essa avrebbe affermato il suo diritto - farsi sentire nella sistemazione delle cose dell'Europa e nell'Asia Minore. Mediante un'alleanza oppure un'intesa coll'Inghilterra avrebbe consolidata la sua posizione nell'Adriatico e nel Mediterraneo nonché nell'Africa del Nord, dove essa avrebbe affermata la sua posizione come una delle Grandi Potenze dell'Europa».(17)

Joseph Whitaker nella sua formazione culturale e spirituale aveva sempre seguito il movimento politico inglese nella prospettiva liberale conservatrice tradizionale, per cui anche relativamente ai rapporti tra gli stati in Europa aveva sempre auspicato il massimo reciproco rispetto tra essi. Ma una volta scoppiata, nell'estate del 1914 in seguito ai gravi fatti di Sarajevo (uccisione il 28 giugno dell'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono asburgico, e della moglie), la guerra in Europa tra la Germania e la Francia, mentre l'Italia, seguendo l'opinione prevalente dei Paese, dichiara la sua neutralità, egli è senz'altro per l'intervento, a fianco naturalmente dei Paesi dell'Intesa, cioè della Francia e dell'Inghilterra cui lo legavano tradizioni, cultura e interessi economici.

Da qui l'impegno manifestato nelle note trascritte, in cui emerge la sua decisa opposizione al neutralismo e, soprattutto, al pacifismo e le prospettive del futuro assetto, a guerra vittoriosa, in Europa, con grande vantaggio anche per l'Italia.

Ma il crescente impegno scientifico e politico non fece diminuire in Joseph Whitaker l'interesse economico, soprattutto relativamente all'isola di Mozia ch'egli avrebbe voluto valorizzare al massimo con l'incrementarvi la coltura della Sisalana, per la produzione delle fibre tessili che, richiedendo soprattutto clima caldo e asciutto, avrebbe trovato in quell'isola l'ambiente più consentaneo, e che, in un secondo momento, avrebbe voluto introdurre anche in Sicilia. Tali propositi egli espresse soprattutto in una lunga nota di ben 18 fitte pagine dattiloscritte, in cui appunto traccia anche una specie di storia della fortuna di tale pianta con riferimento soprattutto alla Sicilia.

«Non è facile - vi afferma - precisare l'utile netto che si potrebbe ricavare dall'industria della sisalana in Sicilia, essendo questa nuova per il nostro paese, ma da calcoli approssimativi, basati sulle cognizioni ed inforimazioni che attualmente possediamo sulla materia, è da ritenere che vi sarebbe un reddito non indifferente».

Si augurava perciò che anche in Italia si costruissero quelle particolari macchine necessarie per lo sfruttamento della Sisalana e concludeva:

«E da sperare che la costruzione di questo genere di macchine in Italia, alla quale abbiamo già accennato, possa col tempo dare eccellenti risultati, sia per la perfezione del lavoro, sia per la modestia del prezzo (... ); che i risultati finali degli esperimenti tuttora in corso confermeranno pienamente le previsioni fatte sul riguardo, e che presto avremo il piacere di vedere iniziata tra noi questa nuova ed importante industria agricola che tanto bene potrà recare all'isola. Ammettendo anche la coltura della sisalana in Sicilia dovrà limitarsi soltanto al litorale dell'isola, vi sarà sempre una vasta estensione di terreni che potranno essere grandemente vantaggiati da questa industria agricola. Se in più dovessero sorgere nell'isola, come conseguenza naturale degli opifici tessili imprtanti sarebbe una maggiore fortuna per il paese, aprendo il campo ad un lavoro utilissimo e prezioso per il dopoguerra».(18)

Un altro aspetto, pure molto importante, dell'attività di Joseph Whitaker è quello relativo alle sue opere di beneficenza, che sarà particolare oggetto di esame in questo terzo seminario di studi.

NOTE

omissis

3. Cfr. F. Brancato, Benjamin Ingham e il suo impero economico, E.S.I., Napoli, 1994.

4. Cfr. Raleigh Trevelyan, La Storia dei Whitaker, Sellerio, Palermo, 1988, pp. 47-48.

5. Ivi, pp. 47 sgg. e passim; Id., Principi sotto il vulcano, Rizzoli, Milano, 1977.

6. Cfr. G. Quatriglio, Giuseppe Isacco Whitaker, ornitologo, in I Whitaker e il capitale inglese tra l'Ottocento e il Novecento in Sicilia, atti del seminario svoltosi a Trapani nell'Aula Magna della Libera Università del Mediterraneo nel dicembre 1990, Trapani, 1992.

7. In "Giomale di Sicilia", n. 144 del 27-28 maggio 1901.

8. Manoscritto di pugno di Joseph Whitaker dal titolo Contro la propaganda pacifista, (undici pagine numerate da 1 a XII) in Archivio Whitaker.

9. Joseph Whitaker, Mozia. Una colonia fenicia in Sicilia, presentazione di Luigi Bernabò Brea, traduzione di Emilia Niceta Palmeri, Accademia di Scienze, Lettere e Arti, Palermo, 1991.

10. Cfr. note del Prefetto di Palermo del 4 febb. e 25 Apr. 1908, e del Ministero degli Affari Esteri (Uff. Cerimoniale) del 19 ott. 1933 e attestati originali della nomina, in Archivio Whitaker.

11. Carte varie, ivi.

12. Trevelyan, Principi sotto il vulcano cit.

13. «Dei giornali solo 'Sicilia Nuova' s'é ricordata che il Generale Di Giorgio è una pura gloria del nostro esercito e dell'Italia, gli altri due periodici hanno tenuto un dispettoso silenzio. Evidentemente conservano del rancore al Generale perché in momenti difficili si è messo al fianco di Mussolini». (Lett. del col. Streva del 30 luglio 1926 a Tina Whitaker, Archivio Whitaker).

14. Sul Di Giorgio cfr. Profilo biografico di Giuseppe De Stefani, premesso a Antonino Di Giorgio. Ricordi della Grande Guerra (1915-1918), con introduzione di Massimo S. Ganci, Palermo, Fondazione Whitaker, 1978, pp. XXI-LXIV.

15. Cfr. F. Brancato, I Whitaker di Villa Malfitano. Lineamenti e l'Archivio documentario, in "Nuove Prospettive Meridionali", a. IV, n. 9, maggio 1994, pp. 15-29.

16. In Archivio Whitaker.

17. Ivi.

18. Ivi.

omissis

Bibliografia Edit

Whitaker, Joseph

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